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Argomento 'Museo Perrando'

Mostra permanente 'dalle ferriere alle fabbriche di amaretti'
Data di pubblicazione: 01/01/2005
L’attività delle ferriere, che perdurò a Sassello dal Quattrocento fin oltre la metà dell’Ottocento, ebbe grande importanza per il paese e lo avviò ad un notevole sviluppo economico cui corrispose una crescita civile riscontrabile nell’impianto urbanistico, in una cultura anche letteraria non disprezzabile e nella creazione di istituzioni proprie di una comunità avanzata.
Le ferriere di Sassello furono complessivamente sette, delle quali fino a sei in simultanea produzione. La loro localizzazione fu favorita dalla ricchezza di legname per fare il carbone e di corsi d’acqua per sviluppare la forza motrice.
Quando il carbone fossile non veniva ancora estratto - perché pregiudizi di carattere religioso lo facevano ritenere prodotto diabolico in quanto proveniente dalle viscere della terra - la fusione dei metalli e principalmente quella del ferro veniva fatta con il carbone di legna. I boschi avevano quindi una grande importanza per quell’attività preindustriale e il patrimonio forestale di molte regioni europee andò depauperato prima che si superassero i pregiudizi sopra accennati.
Sassello era favorito nella produzione siderurgica dalla sua estesa superficie forestale che era anche stata accortamente difesa fin dal 1546 da una grida che descriveva minutamente 21 coste, che erano boschi di alto fusto situati sui crinali, dove era tassativamente vietato abbattere gli alberi al fine di difendere dai venti sciroccali la corretta crescita dei cedui sottostanti.
L’attività di produzione del carbone aveva luogo nel periodo giugno-settembre, caratterizzato dalla scarsità delle precipitazioni atmosferiche e dalla possibilità per i carbonai di vivere nei boschi in capanni di fortuna per seguire il processo di carbonizzazione del legno che richiedeva un’assidua vigilanza.
Il legno usato era quello dei cedui di faggio, rovere e castagno silvestre. Più pregiato era il carbone prodotto con legno di faggio e di rovere che aveva un maggiore peso specifico. Era preferibile legno non stagionato perché ricco di umidità che permetteva la cottura senza combustione accelerata. La resa media era di kg.1 di carbone ogni kg.5 di legno.
Il trasporto veniva fatto in sacchi di tela della capacità di una mina (misura per granaglie corrispondente a mc. 0,116) per cui il peso effettivo del sacco, che si aggirava sui kg.25, variava a seconda del peso specifico del carbone che vi veniva introdotto. Era allora la conoscenza dell’identità del bosco dal quale il carbone proveniva che ne determinava il prezzo.
Nel Settecento vi furono delle contestazioni sulle dimensioni dei sacchi e toccò agli Agenti della Comunità determinare le esatte misure dei sacchi atti a contenere una mina di carbone.
Le ferriere lavoravano con il metodo detto del "basso fuoco" in contrapposizione con quelli usati nella moderna industria siderurgica basata sugli altiforni.
La produzione del ferro avveniva mediante la fusione del minerale, che proveniva dall’isola d’Elba, ottenuta mettendo a contatto in un forno fusorio (poco sviluppato in altezza e per questo detto basso fuoco) il minerale stesso con il carbone di legna. La combustione di questo a temperatura molto elevata liberava il minerale dagli ossidi e lo faceva agglomerare in una massa spugnosa detta massello che veniva ridotta in barre battendola con i magli. Questi erano mossi dall’energia idraulica ottenuta convogliando l’acqua dei torrenti fino ad una ruota che dava movimento ad essi e ai mantici che soffiavano l’aria dentro il forno fusorio creando l’alta temperatura necessaria per la fusione.
Questo metodo di produzione, che era quello antico usato già dagli Etruschi in piccoli forni e poi via perfezionato, era detto anche "diretto" perché il ferro veniva ottenuto con una sola operazione di fusione.
Il forte consumo di carbone (che richiedeva circa kg. 25 di legna per ogni kg. di ferro prodotto) indusse i paese poveri di legname come l’Inghilterra e dotati di questa risorsa naturale ad usare il carbone fossile. Vennero elevate le pareti dei forni fusori che divennero dapprima forni a manica e poi altiforni, nei quali il minerale veniva disposto a strati alternati con strati di carbone fossile. In questi forni però il minerale non diveniva una massa spugnosa, ma colava allo stato fluido. Era la ghisa, molto fragile e poco duttile e malleabile a causa dell’eccesso di carbonio in essa contenuto. Quando venne risolto il problema della liberazione della ghisa dal carbonio si ottenne l’acciaio. Questo metodo, basato sull’uso di due diversi forni per ottenere il prodotto richiesto dal mercato, venne detto "indiretto".
L’uso del carbone fossile aveva affrancato la produzione siderurgica dalla necessità di ubicare gli opifici nelle vicinanze dei boschi e l’invenzione delle macchine a vapore l’affrancò anche dalla necessità di avvalersi dell’energia idraulica dei torrenti.
L’industria siderurgica si era così modernizzata ed aveva reso obsoleta la produzione delle ferriere.
Intorno al 1850 le ferriere cessarono la loro attività (purtroppo i complessi industriali sono poi stati trasformati in case o distrutti, rendendo oggi visibili solo poche strutture), mentre la produzione del carbone di legna proseguì con intensità fino alla metà del 1900 (ancor oggi attraversando i nostri boschi si possono ammirare gli spiazzi circolari che le hanno ospitate).
Avevano per oltre quattro secoli dato lavoro e un relativo benessere a gran parte della popolazione attiva del paese. Infatti la manodopera che ruotava intorno ad ogni ferriera era valutata in circa cento individui: otto-dieci ferrieri, una quarantina di carbonai e altrettante persone divise fra i mulattieri, che trasportavano il minerale da Albisola e riportavano indietro il prodotti finito, e coloro che trasportavano a spalle i sacchi di carbone dai boschi alle ferriere, fra essi donne, vecchi e ragazzi.
Si passò così da un’economia di carattere preindustriale ad una prevalentemente agricola - alcune attività come le filande, legate alla coltivazione dei bachi da seta, favorita dal gran numero di alberi di gelso, e quella degli estratti vegetali usati nella concia delle pelli e nell’industria tintoria, legata allo sfruttamento dei boschi, ebbero scarsa fortuna e durata; solo una tessitura di cotone durò fino ai primi decenni del secolo corrente - dove la maggior risorsa fu la raccolta delle castagne.
Fiorirono inoltre le attività artigianali come le botteghe dei calzolai, dei sarti, dei falegnami, dei fabbri ferrai e i mulini.
Ma l’attività che ha dato più notorietà al paese dopo quella della ferriere è l’industria dolciaria, meglio conosciuta nella produzione degli "amaretti".
Le sue origini sono assai curiose, infatti questa attività si è affermata in un lembo di terra tra la Liguria e il Piemonte - Savona, Sassello, Acqui Terme, Mombaruzzo, Gavi e Voltaggio - assai lontana dalla zona di produzione delle mandorle dolci ed amare e delle armelline (Puglia, Campagnia, Sicilia e Sardegna) che sono i principali ingredienti di questo prelibato dolce.
Geltrude Dania in Rossi li "inventò" nella seconda metà del secolo scorso per esclusivo consumo personale in quella casa che oggi è il Bar Yole.
La produzione commerciale iniziò con mezzi modestissimi in un piccolo negozio con il nome "Virginia" di pura fantasia in quanto non ci fu mai nella famiglia Rossi alcuna Virginia.
Fu Pietro Rossi che succeduto alla madre nel 1890 diede impulso alla piccola impresa famigliare estendendo la vendita del dolce in Riviera.
Il prodotto incontrò unanimi consensi e poté fregiarsi di molte medaglie e diplomi.
Alla morte di Pietro Rossi, avvenuta nel 1923, mentre il figlio Adamo proseguì la fabbrica "Virginia" l’altro figlio Enrico fondò la fabbrica "Vittoria".
La produzione continuò con una diffusione quasi esclusivamente regionale nel periodo tra le due grandi guerre.
Ma un notevole sviluppo doveva registrarsi negli anni ‘50 durante i quali sorgevano le ditte "Isaia" e "Giacobbe", specie nel decennio successivo dove l’affermarsi della società dei consumi diede grande impulso alla stessa industria alimentare e dolciaria.
Negli anni ‘60 si costituirono due nuove ditte: "La Sassellese" e la "Ligure Dolciaria".
Agli amaretti si sono poi aggiunti nuovi prodotti, principalmente i canestrelli e i baci di dama, che hanno consentito una più ampia commercializzazione e il raggiungimento di una dimensione industriale.
Anche il numero degli addetti, che negli anni sessanta era di circa cinquanta, si è oggi quasi triplicato.
Tutte le sei fabbriche citate sono tuttora in piena attività ed alcune hanno addirittura conquistato i mercati internazionali specie quelli dell’Europa comunitaria.
La mostra permanente allestita nei fondi del Palazzo Perrando vuole essere quel punto di incontro tra la produzione industriale e l’attività esercitata dalle arti e dai mestieri negli ultimi seicento anni di storia locale, rappresentando così le varie attività che hanno caratterizzato l’intero paese.
La sezione è divisa in tre locali:
  • La prima, dedicata alle ferriere dove si è cercato, con l’utilizzo dei pochi reperti rimasti e di vari pannelli esplicativi, di riprodurne l’attività;
  • La seconda, trattandosi di un corridoio che porta nella sala degli amaretti, vuol rappresentare proprio quel punto di passaggio tra le due principali attività, ovvero le arti ed i mestieri che si sono via sviluppati nel paese; nella stanza, dalle modeste dimensioni e per questo non idonea ad ospitare tutto il materiale raccolto, troveranno alternativamente spazio, ogni due-tre anni, le varie tematiche etnografiche. Proprio per meglio significare l’importanza di tutti quei mestieri che ci auguriamo possano rifiorire. Abbiamo intestato questo locale al compianto artigiano Ernesto Caviglia che ha saputo interpretare con grande professionalità i tanti "mestieri artigianali" esercitati.
  • La terza, dedicata alle fabbriche di amaretti dove, grazie alle generose donazioni di attrezzature degli imprenditori locali, vi è ricostruito quell’ambiente di produzione che ci porta indietro nel tempo all’utilizzo delle prime macchine.
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