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Argomento 'Attualità'

Separazioni e divorzi. Indagine Eurispes sui costi
Data di pubblicazione: 28/02/2009
Separazioni e divorzi. Indagine Eurispes sui costi

Una proposta per alleviare il carico della giustizia civile per queste materie? Trasferire competenze ai notai. Proposta dell’Eurispes per “alleggerire” la giustizia civile    Sul fondo "Le separazioni e i divorzi in Italia"
Costi e benefici del trasferimento ai notai delle competenze in materia di separazioni e volontaria giurisdizione. Appare opportuno e vantaggioso proporre un trasferimento ai notai delle competenze in materia di separazione tra coniugi e volontaria giurisdizione allo scopo di alleggerire il carico della giustizia civile, gravata e rallentata da un numero ingestibile di processi, ma anche per ridurre i costi a carico dello Stato determinati da questo tipo di udienze.

I notai potrebbero costituirsi come preistanza giudiziaria, per gestire il contenzioso che si sviluppa da separazioni e processi e dalle cause per volontaria giurisdizione.
Il fatto che le separazioni con rito consensuale siano più del doppio di quelle con rito giudiziale induce a pensare che si tratta, nella maggioranza dei casi, di cause prive di elementi di elevata conflittualità, che potrebbero essere discusse e risolte senza ricorrere al tribunale.

Inoltre, un contesto di natura diversa, come quello offerto dagli studi notarili, alimenterebbe probabilmente una minore conflittualità rispetto al tribunale e faciliterebbe una più serena e rapida risoluzione delle questioni. Gestendo opportunamente il contenzioso sarebbe possibile evitare, in gran parte dei casi, di andare in giudizio e mettere in moto la macchina giudiziaria, con notevole dispendio di tempo e denaro.
La gestione ex ante da parte dei notai, oltre a snellire il funzionamento della giustizia, agirebbe positivamente anche in direzione della riduzione dei costi indiretti derivanti da questa tipologia di processi: il maggior numero di giornate di lavoro perse dai contendenti per le varie udienze processuali, le spese più elevate per l’assistenza legale.

Il trasferimento dagli Uffici Giudiziari ai notai delle competenze in materia di risoluzione delle controversie civili relative a separazioni, divorzi e volontaria giurisdizione, produrrebbe un duplice effetto sull’attuale sistema della giustizia civile italiana, in termini di numero di procedimenti iscritti, definiti e pendenti e in termini di budget allocato dallo Stato per il funzionamento della macchina giudiziaria civile.

Relativamente al primo aspetto, dato il numero di procedimenti civili iscritti (384.365), definiti (365.378) e pendenti (152.131) in materia di separazioni, divorzi e volontaria giurisdizione (sia con rito consensuale sia con rito giudiziale) risulta che il trasferimento di competenze consentirebbe:

- una riduzione, nell’ordine dell’12,9%, della domanda di giustizia civile espressa in termini di numero di procedimenti annualmente iscritti presso tutti gli Uffici Giudiziari;
- la possibilità, per il sistema giudiziario, di riallocare l’offerta di giustizia civile resasi disponibile per effetto del trasferimento di competenze (12,8% del totale), nella risoluzione di controversie in altre materie;
- una riduzione del numero di procedimenti civili pendenti presso tutti gli Uffici Giudiziari, venendo meno quelli relativi a separazione, divorzi, e volontaria giurisdizione, che attualmente rappresentano il 5,8% circa del totale.

La riduzione della domanda di giustizia civile, la possibilità di riallocare l’offerta di giustizia civile nella risoluzione di altre controversie, la riduzione del numero di procedimenti pendenti, deriverebbe, prevalentemente, dal trasferimento di competenze in materia di volontaria giurisdizione (8,8% dei procedimenti iscritti, 8,7% dei definiti, 3% dei pendenti) e in misura minore dal trasferimento di competenze in materia di separazione (2,6% dei procedimenti iscritti e definiti, 1,8% dei pendenti) e divorzio (1,5% dei procedimenti iscritti e definiti, 1,1% dei pendenti).

L’effetto del trasferimento di queste competenze, in termini di minore spesa dello Stato per il funzionamento della macchina giudiziaria civile, può essere stimato come il prodotto tra il numero di procedimenti attualmente definiti presso gli Uffici Giudiziari per queste materie (539.878) e il costo medio per ciascun procedimento (815 euro).

Complessivamente, considerando che il costo sostenuto dallo Stato per i soli procedimenti di separazione, divorzio e volontaria giurisdizione è stimabile in circa 440 milioni di euro nell’ultimo anno, lo Stato vedrebbe ridotto il budget annualmente allocato alla giustizia civile di circa il 16,5% (da 2,6 a 2,2 miliardi di euro).

Anche in questo caso, il trasferimento di competenze rappresenterebbe una parte consistente del risparmio dello Stato, essendo il budget ad esso riconducibile pari a circa l’11,1% del totale, contro il 3,4% e l’1,9% riconducibile, rispettivamente, a separazioni e divorzi.

Un secondo aspetto da sottolineare, riguarda l’esigenza, delle controparti di un procedimento giudiziario, di sottrarre al tempo loro disponibile quello necessario per intervenire in udienza o per consultarsi con il proprio legale.

Ipotizzando che le controparti debbano rinunciare ad un certo numero di giorni o di ore lavorative per presiedere a ciascuna udienza, è stata stimata la loro perdita di retribuzione.
In particolare, per il procedimento di divorzio e di separazione, la stima è stata effettuata ipotizzando che entrambi i coniugi subiscano una simile perdita di retribuzione (€1.200 a persona, €2.400 per coppia), mentre per i procedimenti di volontaria giurisdizione la perdita stimata per controparte è sensibilmente inferiore e pari a €160 per controparte, data la minore complessità e durata di questo tipo di procedimento rispetto ad un procedimento di divorzio o separazione.

Pertanto, dato il numero di procedimenti definiti e la relativa perdita di retribuzione delle controparti, è stata stimata una perdita di retribuzione pari a circa 266 milioni di euro per le controparti di un procedimento di divorzio.

Per il procedimento di separazione la perdita di retribuzione è stimata essere stata pari a circa 153 milioni di euro, mentre per i procedimenti di volontaria giurisdizione la stima è pari a circa 117 milioni di euro. Considerando i procedimenti di divorzio, separazione e volontaria giurisdizione, la perdita di retribuzione complessiva, è stimata essere stata pari a circa 536 milioni di euro.

È possibile ipotizzare che il trasferimento delle competenze si accompagni alla riduzione della spesa per lo Stato una diminuzione dei tempi necessari per concludere un procedimento di divorzio, separazione e volontaria giurisdizione e che, pertanto, sia anche ridotta la perdita di retribuzione che le controparti devono sostenere per la controversia.
Complessivamente, il trasferimento delle controversie in queste materie dagli Uffici Giudiziari ai notai, potrebbe portare ad un risparmio di circa un miliardo di euro, di cui il 45% costituito dal minor budget allocato annualmente dallo Stato per il funzionamento della macchina giudiziaria e il 55% costituito dal minore esborso che viene attualmente sostenuto dai cittadini interessati da tali procedimenti.

Sulla scorta di quanto osservato in materia di spesa dello Stato e spesa sostenuta dai cittadini per l’esecuzione dei procedimenti di divorzio, separazione e volontaria giurisdizione e considerato che il costo per l’esercizio della giustizia civile nel nostro Paese, negli anni 2004 e 2006, è stato sostanzialmente analogo, è possibile ipotizzare che il costo sociale ed economico annuo sostenuto negli ultimi 10 anni nel nostro Paese sia stato pari a 4,5 miliardi di euro. Inoltre considerando il costo che i cittadini interessati da procedimenti di divorzio, separazione e volontaria giurisdizione hanno dovuto sostenere (stimato esseri pari ad almeno 5,5 miliardi di euro) la spesa complessiva sostenuta dallo Stato e dai cittadini è prossima a 10 miliardi euro.

La domanda di giustizia civile. In soli sette anni, tra il 2001 e il 2007, si è verificata una crescita costante del numero di procedimenti civili iscritti ogni anno in Italia, da 3,6 milioni nel 2001, a 4,3 milioni nel 2007 (+20,3%), con un tasso di crescita del 3,2% in media ogni anno e particolarmente elevato nel biennio 2002-2003 (+8,5%) e 2003-2004 (+6,9%).

In particolare si è evidenziata una forte concentrazione dei procedimenti civili iscritti presso il Tribunale Ordinario (59,3% del totale) e presso il Giudice di pace (36,1%), rispetto a Corte di Appello e Tribunale Minori, che, cumulativamente, rappresentano il 4,6% del totale. Rispetto allo stesso dato del 2001, gli Uffici Giudiziari del Giudice di Pace e della Corte di Appello, hanno visto crescere il loro ruolo, rispettivamente, del 3,2% e 0,6%, a discapito del Tribunale Ordinario e del Tribunale dei Minori.

Più in particolare, le iscrizioni presso il Giudice di Pace sono aumentate complessivamente del 31,8%, con tassi di crescita annui compresi tra 0,1% (biennio 2001-2002) e 13,9% (biennio 2004-2005), fino a raggiungere quota 1,58 milioni di procedimenti nel 2007; le iscrizioni presso il Tribunale Ordinario sono aumentate complessivamente del 14,3%, con tassi di crescita annui compresi tra 1,9% (biennio 2006-2007) e 7,9% (biennio 2002-2003), fino a raggiungere quota 2,59 milioni di procedimenti nel 2007; le iscrizioni presso gli altri Uffici Giudiziari (Corte di Appello e Tribunali Minori) hanno registrato una crescita del numero di procedimenti iscritti del 18,9%, nonostante negli ultimi due anni la domanda di giustizia civile per questi due Uffici Giudiziari sia diminuita dello 0,8% (biennio 2005-2006) e del 5,2% (biennio 2006-2007).

L’offerta di giustizia civile. Sempre negli ultimi sette anni, si è registrato un miglioramento dell’offerta di giustizia civile costante, ma sottodimensionato rispetto alla crescita della domanda, con il risultato di portare il saldo tra domanda e offerta da positivo a negativo (numero di procedimenti definiti inferiore al numero di procedimenti iscritti).
L’offerta di giustizia civile è aumentata di circa 500.000 procedimenti tra il 2001 (3,71 milioni di procedimenti definiti) e il 2005 (4,2 milioni di procedimenti definiti), con un incremento complessivo al 2007 del 13,2% e un tasso medio annuo del 3,2%.

Alla flessione della domanda di giustizia civile riscontrata nel corso del 2006, anno in cui il numero di procedimenti civili definiti è sceso del 2,9%, ha fatto seguito un nuovo aumento del numero di procedimenti definiti con sentenza o decreto di archiviazione da 4,08 a 4,18 milioni (+12,7% rispetto al 2001).

L’offerta di giustizia erogata si è concentrata soprattutto presso il Tribunale Ordinario (62% del totale) e presso il Giudice di pace (33,7%), rispetto a Corte di Appello e Tribunale Minori, che, cumulativamente, rappresentano il 4,3% del totale. Rispetto allo stesso dato del 2001, il Giudice di Pace e la Corte di Appello, hanno visto crescere il loro ruolo, rispettivamente, dell’1,1% e del 5,1%, a discapito del Tribunale Ordinario e Minori. I procedimenti definiti presso il Giudice di Pace hanno registrato un incremento del 33%, con tassi di crescita annui compresi tra 1% (biennio 2006-2007) e 14,2% (biennio 2002-2003), raggiungendo il numero di 1,4 milioni di procedimenti nel 2007. I procedimenti definiti presso il Tribunale Ordinario sono aumentati del 2,6%, con tassi di crescita annui compresi tra 0,1% (biennio 2004-2005) e 3,3% (biennio 2006-2007), fino a raggiungere quota 2,59 milioni nel 2007. I procedimenti definiti presso gli altri Uffici Giudiziari (Corte di Appello e Tribunali Minori) sono aumentati del 46,2%, con tassi di crescita annui compresi tra 2% (biennio 2001-2002) e 14,9% (biennio 2001-2002), attestandosi a 178.000 nel 2007.

Giustizia civile: saldo tra offerta e domanda. Tra il 2001 e il 2003, il saldo tra procedimenti civili definiti e procedimenti iscritti si è mantenuto in positivo, pur subendo delle variazioni annue piuttosto marcate, in particolare tra il 2001 e il 2002 (da 75.000 a 234.000 procedimenti). Viceversa, dal 2004 il saldo è divenuto negativo, con valori compresi tra i -124.000 procedimenti del 2005 e -243.000 procedimenti del 2006.

L’offerta insufficiente di giustizia civile rispetto alla domanda, riscontrata dal 2004 a oggi, ha riguardato tutti gli Uffici Giudiziari, dai Giudici di Pace (il cui saldo era negativo già prima del 2004, ma è cresciuto ulteriormente fino a raggiungere quota -170.000 procedimenti nel 2007) al Tribunale Ordinario (saldo negativo a partire dal 2005) ai Tribunali Minori e Corte di Cassazione (saldo negativo già prima del 2004 e pari, mediamente, a -40.000 procedimenti l’anno).

Tra il 2001 e il 2003, i procedimenti civili pendenti presso tutti gli Uffici Giudiziari è diminuito di circa 270.000 unità (-4,8% tra il 2001 e il 2002, -0,9% tra il 2002 e il 2003), mentre a partire dal 2004, il loro numero è tornato a crescere, ad un tasso medio annuo del 3,2%, fino a superare, nel 2007, i 5 milioni di procedimenti, dei quali: il 65,1% riguarda procedimenti iscritti presso il Tribunale Ordinario, il 25,2% presso il Giudice di Pace, il 7,4% presso la Corte di Appello e il 2,3% presso il Tribunale Minori.

Costi e durata media dei procedimenti: un confronto europeo. L’analisi è stata limitata a quattro paesi con popolazione e Pil pro capite relativamente simili: Francia, Germania, Italia e Spagna.

Il Pil pro capite mostra nei paesi considerati, tra il 2004 ed il 2006, una dinamica di crescita particolarmente accentuata in Italia (+14,6%) e in Spagna (+15%), crescita che ha ricondotto i valori disomogenei del 2004 a valori più simili nel 2006. Infatti la differenza tra Pil pro capite massimo (Francia, €28.536) e quello minimo (Spagna, €22.418) è pari a circa il 27% nel 2006, mentre per il 2004 essa è pari al circa il 36%. Allo stesso tempo, la popolazione di questi paesi non presenta, nel periodo preso in esame, variazioni particolarmente rilevanti e mostra trend uniformi e pressoché stabili.

La spesa sostenuta annualmente da ogni Stato per l’esercizio dei vari tipi di Uffici Giudiziari mostra, che la Germania ha speso un importo, in termini assoluti nel 2004 e 2006, considerevolmente maggiore di quello destinato da tutti gli altri paesi considerati che, peraltro, mostrano importi di spesa sostanzialmente simili. La maggiore variazione percentuale, tra il 2004 ed il 2006, è stata registrata in Francia (+31,4) mentre la minore è stata registrata in Italia (+0,1%).

La spesa pro capite annua sostenuta dallo Stato per l’esercizio dei vari tipi di Uffici Giudiziari ha mostrato una spiccata dinamica di crescita in Francia (+33,6%) ed in Spagna (+21,4%). Il minor incremento percentuale è stato registrato in Italia (+0,6%), mentre quello maggiore in Francia (+33,6%). In valore assoluto, la spesa massima pro capite è stata sostenuta in Germania, sia nel 2004 (€102) che nel 2006 (€106), mentre la spesa minima pro capite, sempre in entrambi gli anni considerati, è stata registrata in Italia (€47).

La spesa per il pagamento dei salari del personale degli Uffici Giudiziari ha registrato il maggior incremento percentuale in Spagna (+18,7%) e un incremento più contenuto in Francia (+14,4). La maggiore diminuzione percentuale è stata registrata in Italia (-9,3%), una diminuzione minore in Germania (-1,7%).

Parte della spesa destinata all’esercizio di tutti gli Uffici Giudiziari viene destinata al pagamento dei salari del personale degli Uffici stessi. La maggior spesa percentuale è stata registrata in Italia sia nel 2004 (76,7% del budget) che nel 2006 (69,5% del budget) parallelamente ad una diminuzione, tra il 2004 ed il 2006, della percentuale di budget destinato ai salari, pari a -9,4%. La minore spesa percentuale è stata registrata in Francia sia nel 2004 (54% del budget) che nel 2006 (47% del budget) insieme ad una diminuzione, tra il 2004 ed il 2006, della percentuale di budget destinato ai salari pari a -13%.

Lo Stato destina fondi per garantire che i cittadini meno abbienti possano iniziare un procedimento giudiziario o difendersi di fronte ad una Corte. La maggiore spesa annua per il patrocinio viene sostenuta, in entrambi gli anni considerati e in valori assoluti, dalla Germania con rispettivamente circa 468 milioni di euro nel 2004 e circa 557 milioni di euro nel 2006. La spesa minore è stata registrata in Italia, con circa 66 milioni di euro nel 2004 e circa 86 milioni di euro nel 2006.

In termini di variazione percentuale, il maggior incremento di spesa è stato registrato in Spagna (+40,5%) e in Italia (+31,1%), mentre l’incremento è stato più contenuto in Germania (+18,9%) ed il minore incremento di spesa è stato registrato in Francia (+4,1%).

Nonostante l’incompletezza, ai fini del confronto tra paesi europei è stato scelto di rappresentare anche il dato del budget approvato destinato esclusivamente agli Uffici Giudiziari, escluse le spese per il perseguimento dei reati penali e le spese per aiuti profusi dallo Stato alle persone che non hanno sufficienti risorse finanziare per iniziare un procedimento o per difendersi di fronte ad una Corte. Esso rappresenta una delle più recenti ed attendibili stime in serie storica della spesa destinata esclusivamente all’esercizio dei vari Uffici Giudiziari, poiché non include le spese per il perseguimento dei reati e le spese di patrocinio dei cittadini meno abbienti. Pertanto è ragionevole ipotizzare che questo aggregato di costo rappresenti adeguatamente la spesa complessiva sostenuta per l’esercizio di procedimenti di natura civilistica.

In Italia questa spesa è stata, dunque, pari a circa 2,75 miliardi di euro nell’anno 2004 e a circa 2,65 miliardi di euro nel 2006, con una riduzione percentuale, tra il 2004 ed il 2006, pari al -3,1%.

La spesa sostenuta in Francia nel 2004 è stata pari a circa 2,66 miliardi di euro, con una diminuzione del -6,8% registrata tra gli anni 2004 e 2006, che ha portato la spesa a circa 2,38 miliardi di euro nel 2006.

Le separazioni e i divorzi in Italia

Il confronto europeo. La media in giorni della 1a istanza di un procedimento di divorzio, nell’anno 2004, fa registrare una durata massima (582 giorni) in Italia e una minima (251) in Spagna, mentre per l’anno 2006 la durata massima è stata registrata in Italia (634 giorni) con un incremento di 52 giorni (+8,9%) rispetto allo stesso dato del 2004. Sempre per l’anno 2006, la durata media minima è stata registrata in Germania (321 giorni), con un incremento di 19 giorni (+6,3%) rispetto allo stesso dato del 2004.
Ipotizzando che un procedimento di divorzio sia stato portato avanti fino al termine della 2a istanza, ha avuto nell’anno 2004 una durata media totale di 1.084 giorni in Italia e di 864 giorni in Francia, con una differenza media di 220 giorni (+25%). Nel 2006, invece, un procedimento di divorzio ha avuto una durata media totale di 873 giorni in Francia, con un incremento della durata media totale pari a 9 giorni (+1%) rispetto allo stesso dato del 2004.

Le dimensioni del fenomeno in Italia. Non sempre le separazioni legali si trasformano in divorzi: in Italia circa 4 su 10 delle separazioni pronunciate nel 1995 non si sono tradotte in divorzi, senza tuttavia che la coppia si ricomponesse. Mediamente, i coniugi che non decidono di recidere in modo definitivo il vincolo matrimoniale entro una decina di anni da quando ne hanno legalmente la facoltà, tendono a non farlo più neppure in seguito.
Le rotture familiari coinvolgono circa 400.000 persone l’anno tra coniugi e figli, sono all’origine della ricostituzione di nuovi nuclei famigliari, influiscono sulla natalità, sul benessere dei figli, sulle condizioni finanziarie – al punto da determinare in alcuni casi una vera e propria vulnerabilità economica dei soggetti interessati.
L’aumento significativo delle separazioni è iniziato a partire dagli anni Novanta, proseguendo costantemente fino al 2004; la crescita dei divorzi è stata invece più graduale. Dopo il boom nel 1972, al momento dell’introduzione del divorzio, ed un periodo di sostanziale stagnazione, nel 1987 si è assistito ad un’impennata legata al cambiamento della legge che ha abbreviato i tempi della separazione legale necessari alla richiesta di divorzio (da 5 a 3 anni); dopo un altro decennio di stagnazione a partire dal 2000 il numero dei divorzi ha conosciuto un costante aumento.
Non solo il numero delle separazioni e dei divorzi nel nostro Paese è ogni anno più alto, ma sono sempre più numerose le coppie che si separano dopo un periodo di vita matrimoniale molto breve.
Il tasso di divorzio per 1.000 abitanti, che si attesta in Italia nel 2007 su un valore di 0,8 (dato provvisorio), risulta significativamente inferiore rispetto al contesto internazionale. Il tasso medio dell’Europaa27 è infatti ben più elevato (2). Ancora più elevato è il divario con paesi come Lituania (3,4), Lettonia (3,3), Repubblica Ceca (3), ma anche paesi come Francia (2,2) e Spagna (1,7) presentano tassi ben superiori a quello italiano.
Prendendo invece in considerazione il tasso di separazione la distanza con le altre realtà europee si riduce (il tasso di separazione per 1.000 abitanti nel 2005 è 1,4).
Nel 2006 le separazioni in Italia sono state 80.407 e i divorzi 49.534, con una lieve flessione rispetto al 2005 per le separazioni (-2,3%) ed un incremento del 5,3% per i divorzi. Un confronto con i valori del 1996 evidenzia come il numero delle rotture matrimoniali abbia conosciuto una crescita estremamente significativa: 39,7% per le separazioni e 51,4% per i divorzi. Il trend degli ultimi 10 anni fa registrare un’impennata delle separazioni in particolare dal 1999 al 2000 ed una crescita costante fino al picco del 2004, anno dopo il quale inizia una leggera flessione. Per i divorzi, invece, il trend è positivo fino al 2006. Questa dinamica è almeno in parte conseguenza del calo costante dei matrimoni contratti nell’ultimo decennio, che inizia a ripercuotersi sulle separazioni frenandone la crescita.
Il tasso di separazione totale per 1.000 matrimoni si è attestato su 272,1 nel 2005 (il picco, dopo una crescita costante, è stato raggiunto nel 2004: 272,7). Il tasso di divorzio è pari a 151,2. Nel 1996 si verificavano 175,4 separazioni e 96,9 divorzi ogni 1.000 matrimoni: le proporzioni in 10 anni sono cresciute in maniera esponenziale.
Il primato per separazioni e divorzi spetta al Nord-Ovest (rispettivamente 24.857 e 17.693). Al Centro si registrano 17.843 separazioni e 10.804 divorzi, al Nord-Est 15.744 e 10.447. I valori sono più contenuti, almeno per i divorzi, al Sud (14.523 e 6.722) e, in modo più significativo, nelle Isole (7.440 e 3.868).
Nord e Centro si differenzino nettamente dal Mezzogiorno per una maggiore incidenza delle rotture coniugali: il tasso è di 41,9 al Nord, di 40,1 al Centro e del 21,3 nel Mezzogiorno, ovvero circa la metà. Fra le regioni, la Lombardia si segnala per il più elevato numero di separazioni (14.563) e divorzi (10.243); al secondo posto il Lazio (9.705 separazioni e 5.135 divorzi), al terzo il Piemonte (7.028 e 5.209). La Liguria presenta il più elevato tasso di separazioni e divorzi (8 separazioni e 5,8 divorzi ogni 1.000 coppie coniugate). Seguono la Valle d’Aosta (rispettivamente 7,6 e 5,6) ed al terzo posto il Lazio (7,9 e 4). I tassi più bassi si registrano in Basilicata (3 separazioni e 1,2 divorzi ogni 1.000 coppie coniugate); seguono Calabria (3 e 1,4) e Puglia (3,8 e 1,6).
Il 71,5% delle separazioni ed il 78,7% dei divorzi riguardano matrimoni celebrati con rito religioso.
La durata media della convivenza matrimoniale risulta essere di 14 anni al momento della separazione – con un minimo di 13 anni al Nord-Ovest ed un massimo di 15 anni al Centro e nelle Isole – e di 17 anni al momento del divorzio (18 al Sud e nelle Isole).
Una percentuale significativa di unioni naufraga prima di raggiungere 5 anni di convivenza matrimoniale (il 17,8%, con un picco del 19,3% al Nord-Ovest ed un minimo del 15,7% nelle Isole) e sfocia in divorzio prima di 9 anni dalla celebrazione del matrimonio (il 18,7%). Al tempo stesso, anche le unioni di lunga durata vengono con sempre maggior frequenza coinvolte nelle crisi che culminano in separazione o divorzio. Una separazione su 4 (25,2%) riguarda unioni con convivenza matrimoniale superiore ai 19 anni; la percentuale dei divorzi per matrimoni durati più di 19 anni arriva invece ad un terzo (33,6%, con un picco del 37,8% nelle Isole). Nel 1995 le separazioni di coppie sposate da 25 anni e oltre rappresentavano l’11,3%; nel 2000 la percentuale è salita al 13,2%, nel 2005 al 14,8%.
L’età media dei coniugi all’atto della separazione è di 44 anni per i mariti e di 40 anni per le mogli. Per quanto riguarda i divorzi, la media risulta di 45 anni per i mariti e di 42 anni per le donne. Sono il 16,6% i divorzi con marito di oltre 54 anni ed il 19% quelli con moglie di oltre 49 anni. La classe di età più rappresentata fra i coniugi all’atto della separazione per i mariti è oggi quella compresa tra i 40 e i 49 anni, mentre fino al 2004 era quella fra i 30 ed i 39 anni (conseguenza in buona parte del fatto che l’età in cui viene contratto il matrimonio è stata posticipata). Per le mogli prevale invece la classe di età tra i 30 e i 39 anni. La percentuale di separazioni tra sposi al di sotto dei 30 anni è diminuita in quanto l’età in cui ci si sposa, oggi, è nettamente posticipata nel tempo rispetto a qualche anno fa. La quota di coniugi che si separano ad un’età inferiore ai 30 anni era, per gli uomini, del 7,3% nel 2000 e del 4,7% nel 2005, per le donne del 16,8% nel 2000 e dell’11,5% nel 2005. Ci si sposa più tardi, di conseguenza ci si separa e si divorzia più tardi.
Anche nel nostro Paese si è verificato un aumento dei divorzi nei quali almeno uno dei coniugi è alla seconda esperienza matrimoniale (in quanto vedono o divorziato): la quota è salita dall’1,1% del 2000 a circa il 2% attuale. Nelle separazioni e nei divorzi tra sposi alle seconde nozze la durata media dell’unione risulta più bassa che tra sposi al primo matrimonio.
Nel complesso, l’iniziativa per la richiesta della separazione proviene prevalentemente dalle mogli. Il contrario avviene per i procedimenti di divorzio, per i quali l’iniziativa è più spesso maschile (54,9%, con una punta del 59,7% al Centro). Le mogli che presentano la domanda di divorzio sono nel complesso il 41,4% (la quota arriva al 45,2% nelle Isole, mentre si ferma al 37,5% al Centro ed al 39,9% al Sud).
Ricorre all’assistenza legale il 90,1% dei mariti ed il 91,1% delle mogli al momento del divorzio. La percentuale risulta inferiore alla media nelle Isole: 79,5% per gli uomini e 81,4% per le donne.
Nel 24,9% delle separazioni viene disposto il versamento di un assegno mensile, il cui importo medio ammonta a 498,19 euro. L’assegno è previsto con minor frequenza nelle cause di divorzio: nel 13,6% dei casi, per un importo medio mensile di 492,29 euro. Il versamento dell’assegno è nella quasi totalità dei casi a carico del marito: nel 97,9% dei casi per le separazioni e nel 97,7% per i divorzi.
In seguito alle cause di separazione e divorzio l’abitazione nella casa dove viveva precedentemente la famiglia viene generalmente assegnata al coniuge a cui sono stati assegnati e/o con cui vivono i figli. Poiché nella maggioranza dei casi i figli vivono con la madre, nel 58% delle separazioni la casa viene assegnata alla moglie, nel 21,1% al marito, nel 18,8% a nessuno perché i due coniugi vivono ormai in abitazioni autonome e distinte. Per quanto concerne le cause di divorzio, prevalgono i casi nei quali la casa famigliare non viene assegnata ai coniugi perché entrambi sono andati a vivere in altre abitazioni (47,9%); nel 37,2% viene invece assegnata alla moglie, nel 14,1% al marito.
I matrimoni misti, ovvero tra coniugi di nazionalità diversa (coppie formate da un coniuge cittadino italiano per nascita e da un coniuge cittadino straniero o italiano per acquisizione di cittadinanza), sono particolarmente interessati dal fenomeno dell’instabilità coniugale.
Nel 2006 le separazioni tra coniugi di cittadinanza diversa sono state 6.453, con un valore particolarmente elevato al Nord-Ovest (2.363), dove è più consistente la presenza di cittadini di nazionalità non italiana; i divorzi sono stati 2.933. Rispetto alle 4.266 separazioni tra coppie miste in Italia registrate nel 2000 si rileva un incremento del 51,3%. Nel 2006 le separazioni tra cittadini di diversa nazionalità costituiscono l’8% del totale delle separazioni in Italia (nel 2000 erano il 5,9%). La durata media delle unioni è di 9 anni, a fronte dei 14 delle coppie formate da cittadini italiani. Le separazioni di unioni miste riguardano nel 69,4% dei casi coppie composte da marito italiano per nascita e moglie straniera o italiana per acquisizione, nel 30,6% da moglie italiana per nascita e marito straniero per acquisizione. Anche nel caso delle coppie miste le richieste di separazione provengono prevalentemente dalle mogli (66,4%), quelle di divorzio dai mariti (55,5%).

I procedimenti civili di divorzio e separazione. La domanda di giustizia civile in materia di separazioni, consensuali e giudiziali, espressa in termini di numero di procedimenti civili iscritti presso il Tribunale Ordinario e la Corte di Appello, ha registrato, tra il 2001 e il 2007, un andamento disomogeneo, pur mantenendosi costantemente al di sopra dei 100.000 provvedimenti l’anno.
Il più alto tasso di crescita dei procedimenti iscritti si è verificato tra il 2006 e il 2007 (+6,3%), mentre nei tre anni precedenti, i procedimenti iscritti sono diminuiti, rispettivamente, del 3,5% (biennio 2005-2006), del 2,8% (biennio 2004-2005) e dell’1,4% (biennio 2003-2004). Inoltre, oltre il 98% dei procedimenti di separazione è stato iscritto presso il Tribunale Ordinario, a fronte di un 2% circa iscritto presso la Corte di Appello.
Nello stesso periodo, il numero di procedimenti civili iscritti per divorzi, consensuali e giudiziali, è invece aumentato costantemente, passando da 52.700 procedimenti nel 2001, a 60.100 procedimenti nel 2004 (+14,1% rispetto al 2001), a 66.700 procedimenti nel 2007 (+10,9% rispetto al 2004 e +26,6% rispetto al 2001). In maniera del tutto simile a quanto avviene per le separazioni, i procedimenti civili di divorzio sono iscritti, per la maggior parte (98%) presso il Tribunale Ordinario.
In particolare, le separazioni consensuali rappresentano, mediamente, il 68% del totale dei procedimenti iscritti presso il Tribunale Ordinario, contro il 32% delle separazioni giudiziali. Il loro numero si è mantenuto pressoché costante, con valori compresi tra un minimo di 73.300 iscrizioni (2006) e un massimo di 77.700 (2004). Nell’ultimo biennio, l’aumento è stato del 4,2% (da 73.300 a 76.400 procedimenti). Nello stesso periodo, il numero medio di procedimenti di separazione giudiziale iscritti annualmente presso il Tribunale Ordinario è stato di 35.700, con un incremento del 10,4% nell’ultimo biennio (da 32.900 a 36.300 procedimenti).
L’incidenza media dei divorzi consensuali sul totale dei procedimenti iscritti tra il 2001 e il 2007 si attesta al 67%. Il loro numero è aumentato del 37,4% (da 32.500 a 44.600), contro un più modesto 9% di crescita registrato per le iscrizioni di procedimenti giudiziali (da 19.200 a 21.000).
Nel caso delle separazioni, l’offerta di giustizia civile si è mantenuta costantemente al di sopra dei 100.000 procedimenti iscritti ogni anno ed il loro numero ha registrato un andamento disomogeneo, tra crescita (+4,6% nel biennio 2003-2004, +1,5% nel biennio 2006-2007) e contrazione (-3,1% nel biennio 2005-2006, -2,3% nel biennio 2004-2005). Al contrario, l’iscrizione presso il Tribunale Ordinario e, in minima parte, presso la Corte di Appello, dei procedimenti civili di divorzio, è costantemente aumentata negli ultimi anni, ad un tasso medio del +3,7% annuo, passando da 51.400 (2001) a più di 63.600 (2007).
Per quanto riguarda invece l’offerta di giustizia, le separazioni consensuali rappresentano, mediamente, il 70% del totale dei procedimenti definiti presso il Tribunale Ordinario, contro il 30% delle separazioni giudiziali. Il loro numero si è mantenuto pressoché costante, con valori compresi tra un minimo di 74.700 procedimenti definiti (2006) e un massimo di 77.300 (2003). Nello stesso periodo, il numero medio di procedimenti di separazione giudiziale definiti annualmente presso il Tribunale Ordinario, è stato di 33.300, con un incremento del 2,8% nell’ultimo biennio (da 32.700 a 33.700 procedimenti).
L’incidenza media dei divorzi consensuali sul totale dei procedimenti definiti tra il 2001 e il 2007 è del 68%. Il loro numero è aumentato del 34,2% (da 32.300 a 43.300), contro un più modesto 6% di crescita registrato per i procedimenti di divorzio definiti in via giudiziale (da 18.100 a 19.200).
Ad eccezione del 2005 e del 2006, il saldo tra procedimenti di separazione definiti e iscritti presso il Tribunale Ordinario è stato sempre negativo, con valori compresi tra -300 (2004) e -6.600 (2003) e con un evidente inversione di tendenza nel 2007, nel corso del quale sono stati iscritti circa 4.300 procedimenti in più rispetto a quanti non ne siano stati definiti dagli Uffici Giudiziari.
Il saldo tra procedimenti di divorzio definiti e iscritti presso il Tribunale Ordinario, si è invece mantenuto costantemente in negativo, con una media di 2.800 procedimenti iscritti in più rispetto ai definiti e valori compresi tra -900 (2003) e -5.500 (2004). Il peggioramento del saldo tra procedimenti di divorzio definiti e iscritti, si è tradotto in una crescita costante del numero di procedimenti civili pendenti presso il Tribunale Ordinario, con un incremento di oltre il 50% tra il 2001 e il 2007 e tassi medi di crescita del 7,2% annuo.
Nonostante l’incremento registrato negli ultimi anni, il numero di procedimenti civili di divorzio pendenti continua ad essere inferiore rispetto a quello dei procedimenti di separazione, il cui numero ha superato quota 80.000 già nel 2001 e ha continuato a crescere costantemente fino a registrare un valore di 90.500 nel 2007 (+11,1% rispetto al 2001, +4,3% rispetto al 2006). I procedimenti di separazione giudiziale, data la complessità e la durata della causa, rappresentano, inoltre, la maggioranza assoluta (mediamente il 73%) dei pendenti, contro un 27% rappresentato dai procedimenti di separazione consensuale.

Il costo dei procedimenti di separazione e divorzio per le controparti. La prima e più importante voce di costo che grava sulle controparti di ogni procedimento civile, compreso quello di separazione e divorzio, è rappresentata dal compenso che ricorrente e convenuto devono corrispondere ai rispettivi difensori legali.
Confrontando le tariffe forensi approvate dal Ministero della Giustizia con d.m. n. 585 del 5 ottobre 1994 con quelle nuove, approvate con d.m. n.127 dell’8 aprile 2004, emerge che le principali voci di onorario degli avvocati sono quelle corrisposte come compenso per le attività di redazione delle difese (il cui valore indeterminabile medio è passato da 1.057 a 1.425 euro, +34,8%), discussione in pubblica udienza o in camera di consiglio (il cui valore indeterminabile medio è passato da 559 a 750 euro, +34,1%) e studio della controversia (il cui valore indeterminabile medio è passato da 546 a 733 euro, +34,4%).
Nonostante la componente più rilevante del costo complessivo per una difesa processuale sia quella relativa alle diverse voci di onorario, le tariffe forensi approvate con decreto ministeriale n.127 dell’8 aprile 2004, prevedono un incremento medio del valore indeterminabile dei diritti di cognizione e di esecuzione, rispettivamente, del 34,4% e 34,6%.
I diritti di cognizione che prevedono tariffe più elevate sono, tra gli altri, l’eventuale collaborazione prestata per la conciliazione (il cui valore indeterminabile medio è passato da 77 a 104 euro, +34,7%), la posizione di archivio, la domanda introduttiva del giudizio, la consultazione con il cliente, l’esame delle conclusioni di ogni controparte (i cui valori indeterminabili medi sono passati da 67 a 90 euro, +34%).
Per i diritti di esecuzione, le tariffe forensi più elevate sono quelle previste per l’assistenza all’esecuzione di ogni consegna o rilascio (il cui valore indeterminabile medio è passato da 77 a 104 euro, +34,7%), l’atto di pignoramento immobiliare, l’atto di precetto, la formazione e l’approvazione del progetto di distribuzione ricavato dall’esecuzione (i cui valori indeterminabili medi sono passati da 67 a 90 euro, +34%).
Data l’estrema eterogeneità dei procedimenti civili di separazione e divorzio (per durata, numero di udienze, realizzazione o meno delle prestazioni previste dalle tariffe forensi), la stima del compenso dovuto, da ciascuna controparte, al proprio difensore legale, presuppone la formulazione di una serie di ipotesi di partenza:
- esclusione degli onorari previsti per prestazioni che in un procedimento standard di separazione o divorzio non sussistono (ispezione luoghi, ricerca documenti, discussione in pubblica udienza o in camera di consiglio) e onorari per assistenza a ciascuna udienza, ai mezzi di prova e per le memorie depositate fino all’udienza stimati in base al numero medio di udienze necessarie perché il procedimento sia portato a conclusione (da un minimo di 5 ad un massimo di 10);
- esclusione dei diritti di cognizione per prestazioni che in un procedimento standard di separazione o divorzio non sussistono (rinnovazione della domanda, designazione del consulente tecnico, richiesta alla cancelleria di copia di atti, proposizione della querela di falso, per esame della procura notarile) e dei diritti di esecuzione.
Sulla base di tali ipotesi, è possibile stimare il compenso medio corrisposto a ciascun avvocato in un procedimento civile di separazione e divorzio giudiziale entro un range di valori compreso tra 3.000 euro (tariffe forensi minime) e 13.000 euro (tariffe forensi massime), di cui l’84,2% è costituito da compensi dovuti per onorari e il 15,8% costituito da compensi dovuti per diritti di cognizione.
Rispetto al precedente tariffario forense, il costo minimo per la difesa processuale di ciascuna controparte è aumentato di circa 1.500 euro e il costo massimo è aumentato di 3.000 euro.
Tuttavia, tale stima si basa sulle tariffe forensi attualmente in vigore, mentre il costo effettivo sostenuto da ciascuna controparte per la rappresentanza legale può subire anche sensibili oscillazioni in rapporto alla complessità del caso, alla realtà territoriale nella quale il contenzioso si sviluppa e all’ammontare economico complessivo dei beni che risulteranno interessati dalla vicenda processuale.
Un ulteriore costo che grava sulle controparti è il costo opportunità che deriva dalla impossibilità, per entrambi, di svolgere la propria attività lavorativa per tutto il tempo necessario allo svolgimento di ciascuna udienza in sede dibattimentale.
La retribuzione media lorda in Italia, è cresciuta costantemente nel corso degli ultimi dieci anni, eccezion fatta per il biennio 1997-1998, passando da 25.882 a 32.387 euro (+25,1%) e facendo registrare tassi di crescita medi dell’1,7% tra il 1996 e il 2000 e del 2,6% tra il 2001 e il 2006. La crescita della retribuzione media lorda annualmente corrisposta in Italia, è stata tale da controbilanciare la crescita, nell’ultimo decennio, del numero medio di ore lavorate, come dimostra l’evoluzione, registrata negli stessi anni, della retribuzione media lorda oraria: tra il 1996 e il 2000, quest’ultima è aumentata di un euro circa, passando da 5,5 a 6,5 euro (+6,5%), con tassi medi di crescita dell’1,6% ed un’unica flessione tra il 1997 e il 1998; negli anni successivi, la retribuzione media lorda oraria ha superato, a partire dal 2001, i 17 euro, fino a raggiungere, 19,8 euro nel 2006 (+15,1% rispetto al 2000, +27,7% rispetto al 1996).
Ipotizzando che:
- entrambe le controparti del procedimento civile svolgono regolarmente un’attività lavorativa, la cui retribuzione lorda corrisponde ai valori medi orari individuati;
- il numero di udienze necessarie perché si passi dall’iscrizione alla conclusione del procedimento civile di separazione o divorzio è compreso tra 5 e 10;
- a ciascuna udienza è richiesta la presenza di entrambe le controparti;
- ciascun coniuge si assenta dal proprio luogo di lavoro per mezza giornata (4 ore lavorative) o per l’intera giornata (8 ore lavorative).
Il costo opportunità quindi può essere stimato moltiplicando la retribuzione media lorda oraria, per il numero di ore di assenza dal luogo di lavoro necessarie per partecipare a ciascuna udienza e, successivamente, per il numero medio di udienze previste nel procedimento di separazione o divorzio.
I risultati di questa simulazione evidenziano come:
- nell’ipotesi di rinuncia a 4 ore lavorative per ciascuna udienza, il costo opportunità per la perdita di retribuzione lorda oraria è compreso tra 400 euro (5 udienze) e 800 euro (10 udienze), con un incremento di 80 euro a udienza. Rispetto al 2000, il costo opportunità minimo è cresciuto di 70 euro (+16,6%) e quello massimo di 130 euro (+20%). Rispetto al 1996, il costo opportunità minimo è cresciuto di 85 euro (+27,7%) e quello massimo di 170 euro (+27,7%);
- nell’ipotesi di rinuncia a 8 ore lavorative per ciascuna udienza, il costo opportunità per la perdita di retribuzione lorda oraria è compreso tra 800 euro (5 udienze) e 1.600 euro (10 udienze), con un incremento di 160 euro a udienza. Rispetto al 2000, il costo opportunità minimo è cresciuto di 140 euro e quello massimo di 260 euro. Rispetto al 1996, il costo opportunità minimo è cresciuto di 170 euro e quello massimo di 340 euro.

Il costo dei procedimenti di separazione e divorzio per lo Stato. Il costo sostenuto dallo Stato è stato stimato rapportando il dato del budget esclusivamente destinato agli Uffici Giudiziari al numero complessivo dei procedimenti definiti negli anni 2004 e 2006.
Il risultato è un costo medio per procedimento pari, rispettivamente, a 674 e 652 euro, al quale è prudente sommare, tuttavia, un costo accessorio pari a circa il 25% del costo medio stimato.
Si tratta quindi di un costo complessivo per procedimento compreso tra 842 euro (2004) e 815 euro (2006).
Ipotizzando che tale costo medio sia rappresentativo della spesa sostenuta annualmente dallo Stato per ogni singolo procedimento, indipendentemente dalla materia oggetto della controversia, è possibile stimare il costo complessivo dei procedimenti di separazione e divorzio, come valore del prodotto tra costo medio e numero di procedimenti che, negli stessi anni, sono stati definiti con sentenza o dichiarazione a non procedere.
A fronte di 54.556 procedimenti di divorzio definiti e 2,7 miliardi di euro di spesa totale dello Stato allocata a tutti gli Uffici Giudiziari, il costo sostenuto dallo Stato nel 2004 è stato di circa 46 milioni di euro. Lo stesso dato, per l’anno 2006, evidenzia che, a fronte di un numero di procedimenti definiti pari a 60.925 e 2,6 miliardi di euro di spesa totale dello Stato allocata a tutti gli Uffici Giudiziari, il costo complessivo sostenuto dallo Stato è stato di circa 49,6 milioni di euro (+8,1% rispetto al 2004).
È possibile stimare il costo dello Stato per procedimenti di separazione, sia consensuale che giudiziale, in circa 89 milioni di euro per il 2006 (considerando un costo per procedimento di 815 euro e 109.192 esauriti).
Rispetto al 2004, il costo complessivo si è ridotto di circa 7 milioni di euro, in parte per la diminuzione del numero di procedimenti definiti (da 115.186 a 109.192), in parte per il minore costo medio per procedimento (da 842 a 815 euro).
Più in dettaglio: il costo sostenuto per separazione definita dal Tribunale Ordinario con rito consensuale è passato da 65,8 a 60,8 milioni di euro, contro una riduzione di circa 3 milioni di euro per separazioni definiti dal Tribunale Ordinario con rito giudiziale (da 29,7 a 26,6 milioni di euro) e un aumento per i procedimenti definiti da altri Uffici Giudiziari (da 653 a 790 mila euro); il costo sostenuto per divorzi definiti dal Tribunale Ordinario con rito consensuale è passato da 30,9 a 35,3 milioni di euro e lo stesso trend di crescita è stato registrato per i divorzi definiti con rito giudiziale (da 14,1 a 15 milioni di euro) e per quelli definiti da altri Uffici Giudiziari, anche se in misura minore (da 822 a 851 milioni di euro).

L’affidamento dei figli. Oltre la metà dei divorzi (60,1%) che avvengono nel nostro Paese coinvolge anche i figli nati dall’unione dei due coniugi. Nel 2006, i bambini nati da matrimonio sono stati 46.586, di questi, ben 29.759 hanno vissuto la separazione dei propri genitori.
La regione dove si attesta la più alta percentuale di divorzi con figli nati dall’unione è la Calabria (72,5%), seguita da Sardegna (69,8%) e Sicilia (69,6%). Al Nord i valori più alti si registrano, invece, presso la provincia autonoma di Bolzano (67,8%) e in Valle d’Aosta (66,1%). Considerando, invece, il valore assoluto, la regione con il più alto numero di divorzi con figli nati dall’unione è la Lombardia (5.866), seguita dal Lazio (3.208) e dal Piemonte (2.761).
In Italia i divorzi con figli minori affidati raggiungano il 37,1% del totale dei divorzi censiti. Nel 10,3% dei casi, i figli minori affidati sono più di uno all’interno del nucleo familiare considerato.
Su un totale di 18.366 divorzi con sentenza di affidamento, dunque, sono ben 23.940 i minori affidati.
Registrano una percentuale molto alta di divorzi con figli minori affidati la Provincia autonoma di Trento (44%) e regioni quali la Campania (45,8%) e l’Umbria (43,5%).
I casi di minori affidati esclusivamente alla madre sono di gran lunga superiori a quelli in cui è il padre il genitore affidatario: il 67,1% (contro il 4,2%) dei bimbi è affidato, infatti, esclusivamente alla madre. Solo nel 28% dei casi il giudice emana una sentenza in cui stabilisce che il minore è affidato a entrambe le figure genitoriali e circa in un caso su tre (30,8%) ciò accade in divorzi consensuali. Toscana (37,6%) e Umbria (37,7%) sono le regioni dove l’affidamento condiviso è maggiormente diffuso, al contrario di quanto si registra al Sud: in Calabria (14,1%), Sicilia (15,3%) e Sardegna (16%) la percentuale di figli minori con affidamento condiviso non raggiunge il 20% del totale dei divorzi con affidamento censiti.
Oltre la metà dei divorzi in Italia (68,1%) si conclude con la decisione da parte del giudice della corresponsione di un assegno di mantenimento da parte del genitore più “ricco”. L’importo medio di un assegno di mantenimento si attesta sui 445,23 euro al mese e nel 94,1% dei casi è il padre ad erogarlo. Si va da un minimo di 354,42 euro mensili registrati in Basilicata ad un massimo di 561,21 euro nel Lazio. Il fatto che, invece, sia il padre a corrispondere un assegno mensile ai figli è prassi comune a tutte le regioni d’Italia, che registrano percentuali, al riguardo, superiori al 90%.

La volontaria giurisdizione

I procedimenti civili di volontaria giurisdizione. La domanda di giustizia civile in questa materia ha mostrato, tra il 2001 e il 2007, un andamento disomogeneo, pur mantenendosi costantemente al di sopra di 330.000 richieste annue.
Il maggior tasso di crescita dei procedimenti iscritti è stato registrato tra il 2002 ed il 2003 (+4,3%), a cui è seguita una diminuzione della domanda tra il 2003 ed il 2004 (-1%). Tra il 2001 ed il 2007, il numero di iscrizioni è cresciuto da 330.695 (2001) a 384.365 (2007), con un incremento percentuale del 16,7%.
In particolare, i procedimenti iscritti consensuali costituiscono oltre l’80% della domanda di giustizia civile in materia di volontaria giurisdizione del Tribunale Ordinario, pur avendo registrato una modesta diminuzione delle iscrizioni tra il 2003 ed il 2004 (-1,3%) e tra il 2004 ed il 2005 (-0,6%). Complessivamente, tra il 2001 ed il 2007, si è avuto un incremento della domanda per procedimenti consensuali da 274.758 (2001) a 310.295 (2007) pari al 12,7%.
I procedimenti iscritti giudiziali hanno registrato una notevole diminuzione tra il 2001 ed il 2002 (-33,7%), ma complessivamente, tra il 2001 ed il 2007, hanno registrato quasi un raddoppio della domanda (+92,2%) e rappresentano il 9% della domanda complessiva di iscrizione in materia di volontaria giurisdizione.
Anche l’offerta di giustizia in questa materia ha superato le 330.000 definizioni l’anno. Tra il 2001 ed il 2007, il numero di procedimenti definiti ogni anno è passato da 332.933 a 365.378, registrando un tasso di crescita complessivo del 9,7%. Il maggior incremento si è avuto tra il 2006 ed il 2007 (+4%). La ripartizione del numero complessivo di procedimenti di volontaria giurisdizione definiti dal Tribunale Ordinario in base alla natura consensuale o giudiziale degli stessi, mostra come la crescita dell’offerta abbia interessato sostanzialmente entrambe le tipologie (+10,8% procedimenti consensuali, +11,1% procedimenti giudiziali).
In valore assoluto, tuttavia, il procedimento consensuale continua ad essere il più diffuso, rappresentando costantemente almeno l’84% dell’offerta complessiva di definizione in materia di volontaria giurisdizione.
Confrontando la domanda e l’offerta di giustizia civile in materia di volontaria giurisdizione, si può evincere che, tra il 2001 ed il 2007, la domanda ha costantemente superato l’offerta.
Nel periodo preso in considerazione, la domanda media, è stata di circa 356.000 nuove iscrizioni all’anno, a fronte delle quali si è avuta, nello stesso periodo, una offerta media di circa 346.000 conclusioni di procedimenti all’anno.
Il saldo tra numero di procedimenti di volontaria giurisdizione definiti e iscritti è notevolmente peggiorato, passando da segno positivo (2.238 procedimenti nel 2001) a negativo (-7.286 procedimenti nel 2003), per poi continuare ad aggravarsi fino a registrare, nel 2006, il dato più basso degli ultimi sette anni (-22.393).
Complessivamente il numero dei procedimenti pendenti è aumentato del 63%. In particolare, il maggior incremento (+19,8%) è stato registrato tra il 2004 ed il 2005. Il 41,18% dei procedimenti di volontaria giurisdizione pendenti riguardano l’attività del Tribunale dei Minori, contro il 29,98% del Tribunale Ordinario con rito giudiziale, il 27,85% del Tribunale Ordinario con rito consensuale e solo 0,99% della Corte di Appello.

Costo dei procedimenti di volontaria giurisdizione per le controparti. Il costo che grava sulle parti è il costo opportunità che deriva dalla impossibilità di svolgere la propria attività lavorativa per tutto il tempo necessario allo svolgimento di ciascuna udienza in sede dibattimentale.
Adottando la stessa procedura descritta nella trattazione dei procedimenti civili di separazione e divorzio è possibile stimare tale costo opportunità moltiplicando la retribuzione media lorda oraria, per il numero di ore di assenza dal luogo di lavoro necessarie per partecipare a ciascuna udienza e, successivamente, per il numero medio di udienze previste nel procedimento. Le ipotesi di partenza sono:
- le controparti del procedimento civile svolgono regolarmente un’attività lavorativa, la cui retribuzione lorda corrisponde ai valori medi orari;
- il numero di udienze necessarie perché si passi dall’iscrizione alla conclusione del procedimento civile di volontaria giurisdizione è compreso tra 1 e 3;
- per ciascuna udienza, si rende necessaria alle controparti l’assenza dal proprio luogo di lavoro per mezza giornata (4 ore lavorative) o per l’intera giornata (8 ore lavorative).
Nell’ipotesi di rinuncia a 4 ore lavorative per ciascuna udienza, il costo opportunità per la perdita di retribuzione lorda oraria è compreso tra 80 euro (una sola udienza) e 240 euro (3 udienze), con un incremento di 80 euro a udienza. Rispetto al 2000, il costo opportunità minimo è cresciuto di circa 10 euro (+20%) e quello massimo di 40 euro (+20%). Rispetto al 1996, il costo opportunità minimo è cresciuto di circa 20 euro e quello massimo di 52 euro (+27,7%).
Nell’ipotesi di rinuncia a 8 ore lavorative per ciascuna udienza, il costo opportunità per la perdita di retribuzione lorda oraria è compreso tra 160 euro (una sola udienza) e 480 euro (3 udienze), con un incremento di 160 euro a udienza. Rispetto al 2000, il costo opportunità minimo è cresciuto di 20 euro e quello massimo di 80 euro. Rispetto al 1996, il costo opportunità minimo è cresciuto di 40 euro e quello massimo di 105 euro.

Il costo dei procedimenti di volontaria giurisdizione per lo Stato. Il costo complessivo sostenuto dallo Stato per lo svolgimento di un procedimento giudiziario è stato stimato rapportando il dato del budget esclusivamente destinato agli Uffici Giudiziari al numero complessivo dei procedimenti definiti negli anni 2004 e 2006. Il risultato è un costo medio per procedimento pari, rispettivamente, a 842 e 815 euro.
Ipotizzando che tale costo medio sia rappresentativo della spesa sostenuta annualmente dallo Stato per ogni singolo procedimento, indipendentemente dalla materia oggetto della controversia, è possibile stimare il costo complessivo dei procedimenti di separazione e divorzio, come valore del prodotto tra costo medio e numero di procedimenti che, negli stessi anni, sono stati definiti con sentenza o dichiarazione a non procedere.
A fronte di 334.623 procedimenti di volontaria giurisdizione definiti e 2,7 miliardi di euro di spesa totale dello Stato allocata a tutti gli Uffici Giudiziari, il costo complessivo sostenuto dallo Stato nel 2004 è stato di circa 281,7 milioni di euro.
L’incidenza del costo sostenuto per procedimenti di volontaria giurisdizione sul budget complessivo allocato agli Uffici Giudiziari negli stessi anni è superiore al 10% e resta sostanzialmente invariato tra il 2004 (10,2% del budget complessivo) e il 2006 (10,7% del budget complessivo).
Il costo sostenuto per procedimenti di volontaria giurisdizione definiti dal Tribunale Ordinario con rito consensuale è passato da circa 245 a circa 240 milioni di euro, contro una riduzione di circa 3 milioni di euro per procedimenti di volontaria giurisdizione definiti dagli altri Uffici Giudiziari (da circa 33 a circa 30 milioni di euro) e un aumento per i procedimenti definiti presso il Tribunale Ordinario, ma con rito giudiziale (da circa 11 a circa 16 milioni di euro).


Fonte Eurispes

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